Poesia I · Verso libero · 2026

Notte Stellata

Guardateci: entreremo
nel campo incolto
dei fiori della notte;
per il buio di ogni corpo
vi osserveremo, stupiti.

Seguiteci: l'un l'altro
aneleremo
nelle macchie infrarosse
e incuberemo galassie
nei nostri giovani
destini sconvolti.

Così forte è il suono
del silenzio.

Pensateci: domineremo
gli istinti e falliremo,
ameremo e sogneremo,
miseramente.

Abbracciateci, perché
quel vento gelido
non possa distrarci
dal vivere.

Sentiteci: ci riscalderemo
con storie di pianeti
lontani e baci
densi e scuri.

Correremo nella piana,
anzi, decolleremo.
I corvi non faranno più rumore,
ma ci ascolteranno.
I satelliti cadranno allibiti.

Guardateci, stelle.
Da anni luce di distanza,
incideremo l'istante
in cui s'incroceranno
le nostre coordinate.
Saremo lì: persi, insieme.

Nota dell'autore

In una notte di tardo inverno, gli amanti si trovano in un campo di campagna, tra le stazioni mobili di un'osservazione astronomica: luci infrarosse che lasciano intatto il buio, perché lo sguardo possa salire al cielo. Ma il movimento della poesia è un altro, e tutto sta lì: a essere invitate a guardare sono le stelle. Sono loro a doversi affacciare sui due, a osservarli stupite mentre attraversano "il campo incolto dei fiori della notte". Da qui si capisce perché ogni verbo sia al futuro. La luce di quella scena dovrà viaggiare anni prima di arrivare lassù; il vero incontro tra gli amanti e i loro testimoni avverrà tra molto tempo, quando di quei due, forse, non resterà nulla.

I due sono giovani, e con una passione che non sanno contenere: dominare gli istinti e fallire è la stessa cosa, "miseramente". Si amano, sognano, si scaldano l'un l'altro nel buio, e i baci, nel buio, diventano "densi": è l'assenza di vista che restituisce ai corpi tutto il loro peso. Eppure dentro questa pienezza vibra già una crepa. Il silenzio della notte si fa così forte perché tiene insieme cose che a parole non starebbero: la gioia e una paura sottile, il presagio di qualcosa che andrà storto. Il "vento gelido" da cui chiedono di essere distratti non è il freddo di febbraio: è l'intuizione che questo tempo finirà, e finirà presto.

Forse per questo lo slancio finale assume un tono surreale, quasi un atto di sfida. La corsa nella piana diventa decollo; i corvi tacciono, i satelliti cadono allibiti. Ciò che gracchia e ciò che calcola (la natura indifferente e la tecnologia che misura) si fermano davanti a un'intensità che li eccede. Non è onnipotenza: è il momento esatto in cui due vite ardono al massimo della loro temperatura, ed è di quel momento che la poesia vuole prendersi cura. L'ultima invocazione lo dichiara apertamente: "incideremo l'istante / in cui s'incroceranno / le nostre coordinate". Un dato fissato nel registro del cielo, perché le stelle possano un giorno verificarlo.

La relazione, in scala cosmica, sarà durata meno di un battito. Ma in quel punto preciso, in quelle coordinate, i due saranno stati lì: persi, in un mondo troppo grande per loro, e tuttavia, almeno per un attimo, persi insieme.